Arthur John Strutt (Chelmsford, 12 giugno 1818 – Roma, 1888) è stato un pittore, incisore, viaggiatore, scrittore ed archeologo inglese. Figlio del pittore paesaggista Jacob George Strutt, girovagò attraverso la Francia e la Svizzera in compagnia del padre, prima di giungere entrambi in Italia nel 1831, per stabilirsi a Roma. Rimase per il resto della sua vita in Italia, interessandosi soprattutto agli aspetti “pittoreschi”, in particolare a quelli della Campagna romana, rivolgendo la sua attenzione, in modo specifico, ai paesaggi e ai costumi degli abitanti. Nel 1838 intraprese un lungo viaggio a piedi verso il Sud Italia, accompagnato dall’amico William Jackson. Questo viaggio diede origine a Viaggio a piedi in Calabria e in Sicilia, un’opera che si presenta come una raccolta di lettere indirizzate ai familiari, spesso scritte la sera, prima di dormire, dopo giornate di marce faticose. Si tratta di vere e proprie lettere-diario, nate con l’intento di fissare le impressioni e le immagini raccolte lungo il cammino.
Strutt appare come un viaggiatore essenzialmente visivo, privo di interessi scientifici, sociali o politici: ciò che lo attrae è il paesaggio e la vita popolare, osservati come giochi di linee e colori
In questo contesto, la Calabria e la Sicilia rappresentano per lui le mete più desiderate, quasi una mecca artistica, dove l’album dei disegni sembra attendere di essere riempito.
La capacità di aderire con immediatezza alle persone e alle cose rende il libro particolarmente prezioso, testimonianza intensa dello sguardo di un giovane artista, appena ventenne, animato da una profonda sete di vita, di arte e di avventura. Nella primavera del 1938 Strutt giunse a Scilla discendendo la costa calabrese.
Nel brano l’autore descrive il primo impatto con la cittadina, soffermandosi sul paesaggio roccioso, e su alcune scene di vita quotidiana, inevitabili emergono altresì riferimenti alla Scilla di classica memoria.

“Arrivammo subito a Scilla, di classica memoria.
Le rocce, sporgenti ancora e sempre, combattono la loro battaglia marina con le «abbaianti onde».
Le loro forcute punte presentano un aspetto formidabile.
La roccia principale, che è coronata da un forte (una volta considerato importante, ora ridotto a una rovina, essendo stato smantellato dai francesi), forma un potente frangiflutti a protezione del piccolo porto che offre riparo a barche da pesca, «speronare» e altri natanti che appartengono al villaggio di Scilla, o sono di passaggio.
Lo spettacolo era troppo pittoresco per non tentare la mia matita, mentre si stava preparando il breakfast. I nostri appetiti erano stati sufficientemente svegliati dalla cavalcata per abbandonarsi al piacere di questo pasto che consisteva di maccheroni, fette di pescespada fritto, servite con olio e aceto, insalata, giuncata, arance e mandorle: il tutto innaffiato con un fiasco di quel vino scuro calabrese, la forza e il profumo del quale gradatamente aumentano a mano a mano che ci spostiamo verso Sud.
Avendo i due mulattieri e le bestie consumato il loro pasto, ci rimettemmo in cammino, e dopo una sosta a mezzogiorno (per combattere la sete e il caldo con vino rinfrescato con ghiaccio o più esattamente con neve gelata, di cui ogni osteria in queste parti è fornita abbondantemente), arrivammo a San Giovanni, situata in quel punto dello Stivale dove lo stretto è più vicino alla Sicilia ed esattamente di fronte a Messina. Questo è il punto dove generalmente ci s’imbarca: con vento favorevole, si attraversa lo Stretto.”

Nei suoi appunti emerge il fascino dei piccoli gesti quotidiani: la colazione con maccheroni, pesce spada fritto, arance e mandorle, accompagnata dal profumo intenso del vino rosso.
Curioso e suggestivo, in particolare, è il dettaglio della neve conservata nelle osterie per rinfrescare il vino, testimonianza di un’antica pratica che caratterizzava i rapporti commerciali tra la città di Scilla e la sponda siciliana dello Stretto
Questa neve, proveniente dalle neviere d’Aspromonte, non era solo un espediente per combattere il caldo, ma rifletteva l’importanza di Scilla come punto di raccolta, trasporto e commercializzazione della neve verso Messina e la Sicilia.
In altre parole, la neve non serviva solo a rinfrescare le bevande: era un prodotto prezioso, legato al commercio e alle tradizioni locali.

Giuseppe Ribuffo