Giovanni Carmelo Verga di Fontanabianca (Catania, 2 settembre 1840 – Catania, 27 gennaio 1922) è stato uno scrittore e drammaturgo, considerato il maggior esponente del verismo.
La sua opera ha segnato il passaggio dal romanticismo a una narrazione realistica e oggettiva della realtà, focalizzandosi sugli “umili” e sulla vita nella Sicilia rurale. Di famiglia borghese, si dedicò inizialmente alla scrittura di romanzi avventurosi su influsso delle opere di Dumas padre; in seguito scrisse romanzi di argomento passionale, tra cui Storia di una capinera, che riscosse un discreto successo. Si trasferì a Firenze nel 1869 e tre anni dopo a Milano, dove frequentò circoli letterari, facendo la conoscenza di Arrigo Boito e Giuseppe Giacosa. Con la novella Rosso Malpelo diede inizio alla maniera verista, già in parte anticipata dalla novella Nedda. Di impronta più decisamente verista sono due fra i più notevoli romanzi della letteratura italiana, I Malavoglia (1881) e Mastro-don Gesualdo (1889). Nel 1883 pubblica una raccolta di dodici novelle intitolata Novelle rusticane. L’opera approfondisce i temi del verismo, spostando l’attenzione dall’analisi delle passioni (tipica di Vita dei campi) a una visione più cinica e materialistica della realtà.
Pubblicata a chiusura delle Novelle rusticane, la novella “Di là del mare” rappresenta un momento particolare della produzione verghiana: qui lo scrittore attenua il tono aspro e corale del mondo contadino per lasciarsi guidare dall’emozione del paesaggio e dall’introspezione dei sentimenti.
La vicenda si svolge durante il viaggio in piroscafo da Napoli a Messina: sulla tolda, mentre all’alba la Sicilia affiora lentamente all’orizzonte, due giovani amanti senza nome vivono un sentimento intenso ma destinato a spegnersi con l’arrivo a terra. L’anonimato li rende figure universali, simbolo di un amore autentico che non può sopravvivere alle convenzioni sociali.
Lo Stretto di Messina assume un valore centrale: non è solo uno spazio geografico, ma una linea di confine tra l’illusione del viaggio e la realtà che li attende.
In questo scenario Verga insignisce Scilla di un significato che va oltre il semplice riferimento topografico: il promontorio calabrese, punto di orientamento per chi naviga, diventa il segno visibile dello Stretto stesso e del passaggio inevitabile che esso rappresenta.
Accanto a Scilla si compie simbolicamente il destino dei due amanti, perché quel tratto di mare sancisce la fine del sogno e del loro amore e il ritorno alla vita concreta, perché oltre Scilla e lo Stretto li attendono responsabilità e separazione.
“All’alba si rividero sul ponte. Il visetto delicato di lei sembrava abbattuto dall’insonnia.
La brezza le scomponeva i morbidi capelli neri.
Diggià la Sicilia sorgeva come una nuvola in fondo all’orizzonte.
Poi l’Etna si accese tutt’a un tratto d’oro e di rubini, e la costa bianchiccia si squarciò qua e là in seni e promontori oscuri. A bordo cominciava l’affaccendarsi del primo servizio mattutino.
I passeggieri salivano ad uno ad uno sul ponte, pallidi, stralunati, imbacuccati diversamente, masticando un sigaro e barcollando.
La grù cominciava a stridere, e la canzone della notte taceva come sbigottita e disorientata in tutto quel movimento.
Sul mare turchino e lucente, delle grandi vele spiegate passavano a poppa, dondolando i vasti scafi che sembravano vuoti, con pochi uomini a bordo che si mettevano la mano sugli occhi per vedere passare il vapore superbo.
In fondo, delle altre barchette più piccole ancora, come punti neri, e le coste che si coronavano di spuma;
a sinistra la Calabria, a destra la Punta del Faro sabbiosa, Cariddi che allungava le braccia bianche verso Scilla rocciosa e altera.
All’improvviso, nella lunga linea della costa che sembrava unita, si aperse lo stretto come un fiume turchino, e al di là il mare che si allargava nuovamente, sterminato.”
Giuseppe Ribuffo


