«Utriusque luris Doctor et Sacrae Theologiae Magister Dominus Didacus Andreas Tomacelli Scyllaeus natus III Non. Dicembris MDCXCVII. Stu-diorum confecto curriculo, et sacerdotio initiatus urbem petiit. Ibique Ss.mo D.no Benedicto XIV apprime carus, ad regimen Marsicensis Ecclesiae desi-gnatus, consacratusque Episcopus anno MDCCXLIV, Ecclesiam illam summa cum laude regens, cessit e vita A.R.S. MDCCLXVI, VI Kal. Sexstil».

Questa è l’iscrizione, riportata dal Can. Minasi, che trovavasi in calce al ritratto del Vescovo Diego Andrea Tomacelli. Esso per circa due secoli fu esposto nella sacrestia della nostra Chiesa Matrice, alla quale il Vescovo Scillese lo aveva donato.
Con le distruzioni operate dal terremoto del 1908, è probabile che sia stato travolto anch’esso. Comunque tale iscrizione fissa le tappe più importanti della vita del Tomacelli che, tra tanti altri, ha onorato e amato la patria d’origine.
Egli nacque il 3 dicembre del 1697 da Rocco e Grazia Galli, in una famiglia nella quale, come allora avveniva per tante altre, fiorivano le vocazioni religiose.
Abbiamo anche memoria di un suo nipote, Diego Tomacelli, che fu Arciprete di Scilla e fu colui che ereditò tutte le opere manoscritte dell’illustre zio, opere che non furono mai pubblicate e che anzi andarono disperse.
Viene da chiedersi per quale motivo il Vescovo scillese, definito da un suo biografo «uomo versato e dotto nelle scienze e nelle lingue e benemerito della repubblica letteraria», non diede mai alle stampe alcuno dei suoi scritti, nei quali di certo aveva messaggi da trasmettere all’umanità.
Anzitutto, possiamo supporre che ciò sia avvenuto a causa della sua grande modestia, unita alla considerazione della vanità delle cose del mondo rispetto alle eterne.
Inoltre, vi concorrevano i suoi pressanti impegni: l’intensa collaborazione alla stesura delle opere del dotto Prospero Lambertini, poi divenuto papa col nome di Benedetto XIV, e ancora la gestione del suo vescovado.
Dotato di vivido ingegno, il Tomacelli fin da bambino mostrò particolare trasporto per lo studio delle scienze sacre in particolare, sicché fu inviato a Reggio dove fu curato nell’apprendimento da uomini dotti nelle scienze e nelle lettere.
Compiuti gli studi e brillantemente preparato dai valenti maestri, fu ordinato sacerdote.
Ritornò allora a Scilla, ma presto decise di perfezionare gli studi, per cui si recò a Napoli dove consegui la laurea di dottore in Sacra Teologia, insegnando quindi nel collegio teologico napoletano.
Da Napoli passò a Roma per approfondire maggiormente i suoi studi di scienze sacre, cui uni lo studio delle lingue orientali.
A Roma conobbe gli uomini dotti del tempo e strinse grande amicizia con il dotto Prospero Lambertini, il quale apprezzò molto l’ingegno e la cultura del Tomacelli tanto da sceglierlo quale collaboratore nella sua opera letteraria.
Era infatti il Tomacelli uomo di grande dottrina oltre che di efficace abilità oratoria, sicché fu stretta e proficua l’amicizia tra i due nel lavoro letterario che li accomunava.
Allorquando il Lambertini divenne papa, con il nome di Benedetto XIV elesse a vescovo il suo amico e collaboratore, nel 1744, destinandolo a Marsico Nuovo in Lucania.
Entrando definitivamente nella sua Diocesi, il Tomacelli vi spese, per molti anni, tutto il suo zelo e la pietà religiosa in favore di quel popolo di Dio, in conformità del motto del suo stemma vescovile «Alter alterius onera» suggerito dall’opera dell’Apostolo Paolo.
A tale scopo volse le sue cure innanzi tutto al Seminario vescovile, il quale assunse così pregevole fama da attrarre i giovani, e tra essi molti Scillesi, che amavano coltivarsi nelle lettere e nelle scienze.
Quindi profuse il suo gusto estetico facendo ornare di pregiati marmi la Cattedrale, e curando la costruzione di eleganti altari.
Ai Canonici della sua Cattedrale concesse speciali insegne onde aumentare la dignità con un segno tangibile.
Allo stesso modo agi con l’Arciprete e i Canonici della Collegiata di Sant’Agostino di Saponara.
Con lo stesso impegno e ed energia con cui i suoi concittadini scillesi lottavano le prepotenze del loro feudatario, egli combatté la prepotenza dei baroni del luogo rivendicando i beni ecclesiastici ch’essi avevano ingiustamente usurpato.
Fu, viceversa, largo di benefici e di amore verso le classi povere e diseredate, compiendo una vasta opera di risanamento sociale.
Amò grandemente la sua Scilla, alla cui Chiesa Madre fece ricchi doni, che, in buona parte, aveva ricevuto dal Papa Lambertini (Benedetto XIV), suo grande amico.
Donò un camice pregevolissimo, ornato di prezioso e finissimo merletto, opera delle esperte mani della Beghine di Fiandra; due ampolline e un calice in argento, finemente lavorati, e un reliquario, munito di sua autentica, contenente una reliquia preziosa e rara, un capello della SS. Vergine Maria.
Si spense il 27 luglio del 1766.

Giuseppe Ribuffo