Dionigi di Alicarnasso (Alicarnasso, 60 a.C. circa – 7 a.C.) è stato uno storico e insegnante di retorica greco antico, vissuto durante il principato di Augusto.
Nato ad Alicarnasso (odierna Bodrum), antica colonia greca della Caria, al tempo compresa nella provincia romana dell’Asia proconsolare, Dionigi, come altri intellettuali greci del suo tempo, si trasferì a Roma, dove sviluppò i suoi interessi culturali.
Divenne ben presto un capofila dell’atticismo, la corrente che intendeva porre un argine allo stile oratorio pomposo affermato in epoca ellenistica nell’ambito del cosiddetto “asianesimo”: Dionigi, in contrapposizione a tale stile, sostenne i modelli oratori dell’età classica.
Dopo la fine della II guerra civile romana (31 a.C.), passò anni a studiare lingua e letteratura latina, dando alla luce la sua creazione principale, Le Antichità Romane (7 a.C.), un’opera storiografica divisa in venti libri, che abbraccia la storia romana dal periodo mitico fino all’inizio della prima guerra punica (264 a.C.).
Dionigi vuole far conoscere ai Greci la storia di Roma, città che ha conquistato il mondo e che da secoli controlla la Grecia, e tiene soprattutto a dimostrare la discendenza greca dei Romani: diciassette secoli prima della guerra di Troia, il popolo da cui derivano gli Aborigeni (indicati dalle fonti storiche tra i più antichi abitanti dell’Italia centrale) sarebbe emigrato dall’Arcadia e si sarebbe stabilito in Italia.

Nel libro I dell’opera, Dionigi ricostruisce le origini dell’Italia intrecciando miti e tradizioni greche.
In particolare, nel capitolo XXVI, egli celebra Scilla come confine geografico, sacro e simbolico, di quella parte di penisola che, sotto l’autorità di re Italo, venne per la prima volta identificata con il nome di Italia.
Da questo luogo, dunque, la patria antica prende forma e identità, consacrando Scilla come testimone e custode della storia, della coscienza e del destino degli antichi popoli italici.

“Pochi anni dopo degli Arcadi vennero nella Italia altri Greci, guidati da Ercole il quale avea domato la Spagna, e le parti, fin dove il sole tramonta. Alcuni di loro, implorato da Ercole il congedo dalla milizia, si fermarono in questi luoghi; e trovando un colle opportuno, lontano al più tre stadj dal Pallanteo, vi si accasarono: chiamato allora Saturnio, o Cronio come i greci direbbono, ora si chiama Capitolino.
Erano quei che rimasero per la più parte del Peloponneso, io dico i Fenneati, e gli Epei della Elide, disamorati di viaggiare in verso la patria, perchè devastata nella guerra con Ercole.
Mescolavansi ad essi alcuni de’ Trojani fatti prigionieri quando Ercole prese già Troja, regnandovi Laomedonte. E parmi che in quel luogo si annidassero ancora tutti di quell’esercito, quanti o stanchi dalla fatica, o dal rigirarsi ottennero levarsi dalla milizia.
Alcuni, come ho detto, stimano antico il nome del colle; tanto che gli Epei gli si affezionarono nommeno in memoria del colle, Cronio chiamato nella Elide in su le terre di Pisa lungo le rive dell’Alfeo. Gli Eliesi riputando quel poggio loro sacro a Saturno vi si adunano in fissi tempi, e l’onorano con sacrifizj e con altro culto. Nondimeno Eusseno, ed altri mitologi Italiani pensano che i Pisani per la simiglianza del Cronio loro dessero il nome anche all’altro che gli Epei con Ercole erigessero a Saturno l’altare che trovasi alle falde del colle presso la via che mena dal Foro al Campidoglio: e che essi istituissero il sagrifizio che i Romani v’immolano ancora con greche cerimonie.
Ma io, paragonando, trovo, che prima della venuta di Ercole nella Italia quel luogo era sacro a Saturno, e Saturnio chiamavasi da’terrazzani: e che tutta l’altra regione, che ora dimandasi Italia, era dedicata ancor essa a quel Nume, e Saturnia nominavasi dagli abitanti, come trovasi detto nelle risposte date dalle sibille o da altri Iddii.
Ed in molti luoghi di questa sonovi de’tempj alzati a quel Nume, ed alcune città da lui si denominano, come allora tutta la Italia: e portano ancora il nome del Dio molti luoghi, singolarmente i monti e le rupi.
Col volger degli anni fu detta Italia per un uom potentissimo, Italo nominato.
Antioco di Siracusa lo dipinge per uomo destro e filosofo, il quale convincendo molti popoli col dire e molti colla forza, ridusse in poter suo quanto v’è tra ‘l golfo Napitino e quello di Scilla: e quel tratto fu il primo che Italia da Italo si dicesse.
Dopo ciò scrive che divenuto più forte, fece che molti altri gli ubbidissero; perocchè mise il cuore su confinanti, e ne prese molte città: e scrive finalmente ch’egli era Oenotro di nazione.
Ellanico di Lesbo narra che Ercole conducevasi i bovi di Gerione alla volta di Argo, ma che essendo già nell’Italia il tenero figlio di una vacca spiccossegli dall’ armento, e profugo vi errò da per tutto; finchè solcato il mare interposto giunse nella Sicilia: che cercando Ercole quell’ animale, e chiedendo ovunque capitava, se alcuno lo avesse veduto de’ paesani, siccome poco intendevano il greco, e da’segni lo chiamavano come anch’oggi si chiama nella patria lingua vitello; così Vitalia chiamò tutta la regione da questo percorsa.[…] Ma, sia che prendesse quel nome, come dice Antioco, dal condottiero, il che forse è più probabile, sia che dal vitello come pensa Ellanico; raccogliesi da ambedue che lo prese intorno ai tempi di Ercole, o poco prima.”

Il passo rientra nell’ampio discorso di Dionigi sulle origini greche dell’Italia e di Roma. In particolare, serve a spiegare l’antichità dei culti, dei nomi dei luoghi e del potere politico, prima ancora della fondazione di Roma. Dionigi racconta che, dopo la spedizione di Eracle in Occidente, alcuni Greci — soprattutto Arcadi ed Epei dell’Elide — insieme a Troiani fatti prigionieri, si stabilirono stabilmente nel Lazio, sul colle che poi diventerà il Campidoglio.
Successivamente, nel capitolo XXVI, Dionigi passa a spiegare le motivazioni che portarono la regione ad assumere per la prima volta il nome di Italia, introducendo la figura di Italo, sulla base soprattutto dello storico greco Antioco di Siracusa.
Qui emerge l’importanza di Scilla, che a questo storico passaggio è strettamente legata: si afferma che re Italo sottomise i territori compresi “tra il golfo Napitino e quello di Scilla”, e che questo fu il primo territorio ad essere chiamato “Italia”.
Scilla funziona quindi come un confine geografico preciso, che delimita l’area originaria dell’Italia e collega la nascita del nome “Italia” non a un mito vago, ma a un dominio geografico e politico concreto.
La menzione di Scilla non è né casuale né decorativa: serve a conferire alla narrazione un’autorità storica. Scilla era infatti un luogo celebre e ben noto ai Greci, sia dal punto di vista mitico sia da quello geografico; utilizzarla come punto di riferimento rafforza dunque la credibilità storica del racconto.
Nel definire il potere di Italo — che non è un eroe leggendario, ma un re civilizzatore — il riferimento a Scilla mostra come la sua autorità avesse confini territoriali riconoscibili.
Allo stesso tempo, essa conferisce continuità tra Grecia e Italia: Scilla è una soglia tra Grecia, Italia e Sicilia, e nominarla significa collocare l’origine dell’Italia in uno spazio già integrato nel mondo greco, non barbarico. In questo quadro, Scilla diventa il segno concreto della storicizzazione del mito: un luogo reale che trasforma il racconto delle origini in geografia e potere.
Anche quando riporta l’altra tradizione, quella di Ellanico, che collega il nome Italia al vitello smarrito di Eracle, Dionigi lascia intendere che la versione di Antioco, legata a Italo, sia più credibile proprio perché fondata su un potere politico e su confini riconoscibili.
Scilla, diventa così il luogo in cui mito, geografia e identità si incontrano: non solo un nome, ma il segno che l’Italia, fin dalle sue origini, si definisce attraverso confini sacri e memorabili, degni di essere ricordati.

Giuseppe Ribuffo