Claudio Tolomeo (Pelusio, ca. 100 – Alessandria d’Egitto, ca. 168) è stato un astronomo, geografo e astrologo egiziano di cultura e lingua greca.
Visse in epoca imperiale e operò ad Alessandria d’Egitto, allora Prefettura d’Egitto dell’Impero Romano.
Il suo nome latino, Claudio, è considerato un indizio della sua cittadinanza romana.
Fu autore di importanti opere scientifiche, tra cui il trattato astronomico noto come Almagesto, pilastro dell’astronomia antica, in cui perfezionò la teoria degli epicicli e dei deferenti per spiegare i movimenti irregolari dei pianeti attorno alla Terra, catalogando anche 48 costellazioni tuttora fondamentali.
Altra opera fondamentale fu la Geografia, la cui riscoperta in Europa nel XV secolo diede un impulso decisivo al recupero dei metodi della geografia matematica e della cartografia.
L’opera è divisa in otto libri: il primo espone le basi teoriche dell’argomento; i sei successivi sono dedicati alle diverse parti del mondo conosciuto e introducono all’uso sistematico di latitudine e longitudine per mappare la Terra, elencando le coordinate di circa 6.345 località.
Una delle innovazioni di tale opera fu proprio l’utilizzo, per la prima volta, della latitudine e della longitudine per identificare con precisione i luoghi sulla superficie terrestre.
L’ottavo e ultimo libro, dopo una breve introduzione, utilizza le informazioni contenute nei libri precedenti per realizzare lo scopo dell’opera: disegnare carte di tutto il mondo abitato.
Contiene 27 mappe, di cui una generale e ventisei relative a regioni particolari.
Nel Libro III della Geografia (corrispondente alla Tavola VI d’Europa), Claudio Tolomeo descrive l’Italia, soffermandosi sulla parte occidentale del Bruttium (odierna Calabria) e sullo Stretto di Messina, fornendo le coordinate geografiche di città, fiumi e promontori; tra questi emerge Scilla.
“De Brutti, similmente lungo la riva dal mar Tirreno
Scilleo promontorio Capo della Volpe, Sciglio, Faro di Messina, ove è Scilla e Cariddi 39.40. 38.20.”
Oltre le semplici coordinate di latitudine e longitudine del sito di Scilla fornite da Tolomeo, dobbiamo osservare come il Promontorio Scilleo (Scyllaeum Promontorium), identificato da Tolomeo nel Libro III, rappresentasse uno dei cardini della navigazione antica e un punto di riferimento preciso per la cartografia marittima dell’epoca.
Nella sua griglia, Scilla non è solo una città, ma un riferimento nautico fondamentale che segna l’imboccatura settentrionale dello Stretto di Messina, emergendo nella rappresentazione visiva della mappa come il “cancello” della Magna Grecia.
Questo sperone roccioso, che chiude il golfo di Terina (la zona che va da Vibo Valentia allo stretto) e apre la via verso il Mar Ionio, non era per Tolomeo e i geografi del tempo solo un dato tecnico, ma il punto di transizione tra il Mare Tirreno (Mare Tyrrhenum) e lo Stretto di Sicilia/Messina (Fretum Siculum). Far emergere Scilla in questo contesto significa riconoscerle il ruolo di sentinella d’Italia: nella Tabula VI, essa appare infatti come l’ultimo baluardo continentale prima del salto verso la Sicilia.
Nelle edizioni rinascimentali dell’opera, come quella di Girolamo Ruscelli (1561/1564), la Tavola VI d’Europa è corredata da “Espositioni” che chiariscono il sito di Scilla e le zone limitrofe, descrivendola come una località strategica all’imbocco dello Stretto di Messina.
“La Sicilia scrivono, che anticamente fosse congiunta con la Calabria, e che da un terremoto si distaccasse, e vi si interponesse quel mare, che è da mille cinquecento passi, lo chiamano lo Stretto di Messina, o del Faro.
Et quantunque soglia pur esser pericoloso in certi luoghi suoi, e in certi tempi, tuttavia non vi fanno però ritrovar molto chiaramente quei gran miracoli di Cariddi e Scilla, tanto celebrati dagli scrittori Greci e Latini.”
Giuseppe Ribuffo


