La Via Annia Popilia (via ab Rhegio ad Capuam) fu un’importante strada romana, costruita a partire dal 132 a.C., anno in cui la magistratura romana decretò la realizzazione di un collegamento stabile tra Roma, via Capua, e la civitas foederata di Rhegium (Reggio Calabria), posta all’estremità meridionale della penisola e le aeree d’imbarco per la Sicilia.
Attraversava Campania, Basilicata e Calabria per una lunghezza di circa 550 km, misura che coincide sorprendentemente con le distanze attuali lungo lo stesso asse geografico.
Non è una coincidenza: il tracciato della moderna autostrada A2 Salerno – Reggio Calabria ricalca in modo straordinariamente simile quello della Via Popilia.
I Romani avevano già individuato, oltre duemila anni fa, la direttrice naturale per attraversare il Meridione.
La paternità dell’opera è storicamente dibattuta tra il console Publio Popilio Lenate e Tito Annio Lusco.
Una corrente interpretativa, peraltro maggioritaria, sostiene la legittimità del nome Via Popilia, individuando in Publio Popilio Lenate il console che l’avrebbe fatta costruire nel 132 a.C., sulla base di quanto riportato nella cosiddetta Lapide di Polla.
Altri studiosi, invece, propendono per il nome di Via Annia, ritenendo che la strada sia stata realizzata dal console Tito Annio Lusco, quindi nel 153 a.C.
L’ipotesi più verosimile è che la costruzione sia stata avviata da Popilio e completata l’anno successivo da Tito Annio; non si tratterebbe però di Tito Annio Lusco, bensì di Tito Annio Rufo, pretore del 131 a.C.
Il tracciato della via consolare Annia Popilia si distaccava dalla Via Appia presso Capua.
Da qui, dirigendosi verso sud e passando per Vibo Valentia, attraversava Taurianova e proseguiva per Seminara, nei pressi dei Piani della Corona.
Raggiunta Solano, scendeva per guardare la fiumara di Favazzina, presso il passo di Tremusa, per poi risalire verso le omonime grotte fino alla statio ad Mallias (Melia di Scilla).
Giunta a Campo Santa Lucia, si divideva in due rami che conducevano, lungo lo Stretto di Messina, ai due principali imbarchi per la Sicilia: uno verso Cannitello (ad Columna) e l’altro verso Catona (ad Statuam).
Si trattava di un’opera ingegneristica notevole per l’epoca, che attraversava terreni difficili, montagne e fiumi (come il Tanagro e il Crati), ed era dotata di stazioni di sosta (stationes), luoghi di alloggio (mansiones) e cippi miliari che segnavano le distanze.
La Via Popilia rappresentò dunque un asse portante che univa il cuore dell’Impero alla punta della penisola e alla Sicilia, svolgendo funzioni molteplici e inscindibili tra loro.
Dal punto di vista politico, sanciva l’integrazione dell’Italia meridionale nel sistema di potere romano; sul piano militare, consentiva rapidi spostamenti delle legioni lungo l’asse tirrenico meridionale, garantendo a Roma una risposta tempestiva a rivolte, insurrezioni o minacce esterne.
Dal punto di vista commerciale, permetteva l’integrazione delle risorse dell’entroterra nei circuiti mediterranei: era infatti la principale via terrestre di collegamento tra Roma e la Sicilia e, attraverso gli imbarchi sullo Stretto, assicurava l’approvvigionamento stabile di grano siciliano, fondamentale per l’annona dell’Urbe.
La strada favorì inoltre la trasformazione economica del Bruttium (Calabria) e della Lucania, contribuendo al passaggio da un’economia di sussistenza a un sistema di grandi proprietà agricole specializzate in colture per l’esportazione.
Come ricorda il celebre Cippo di Polla, il costruttore della via si vantò di aver costretto i pastori a cedere i terreni pubblici agli agricoltori, razionalizzando la produzione e facilitando il trasporto dei prodotti verso i mercati.
Giuseppe Ribuffo

