Publio Ovidio Nasone (Sulmona, 20 marzo 43 a.C. – Tomi, 18 d.C.) fu un poeta romano, tra i principali esponenti della letteratura latina e della poesia elegiaca.
Poeta di corte, amato e venerato da Augusto e dal popolo romano, mantenne tali favori fino al giorno in cui l’imperatore, per ragioni rimaste oscure, lo esiliò a Tomi (odierna Costanza).
Autore di numerose opere, Ovidio è soprattutto celebre per Le Metamorfosi, considerato il suo capolavoro e una vera e propria enciclopedia della mitologia classica.
Quest’opera, in quindici libri di esametri e ultimata prima dell’esilio nel 8 d.C., si concentra sul fenomeno delle metamorfosi e contiene più di 250 miti di trasformazioni, coprendo un arco temporale che inizia con il Chaos – lo stato primordiale da cui emersero gli dei – e culmina con la morte di Giulio Cesare e il suo catasterismo.
È a cavallo tra il XIII e il XIV libro delle Metamorfosi che Ovidio ci consegna uno dei miti principali legati alla città di Scilla e alla sua fondazione: la leggenda dell’amore travagliato tra Glauco e la ninfa Scilla.
“Se ne va anche Scilla, ma non osando avventurarsi in mare aperto, vaga senza vesti addosso sulla spiaggia assolata e alla fine, ormai stanca, trovata una caletta appartata, si rinfresca le membra nell’acqua che lì ristagna. Ed ecco che fendendo i flutti, arriva Glauco che, mutate le membra ad Antèdone in faccia all’Eubea, solo da poco viveva nell’oceano; vede la vergine e per il desiderio si arresta, le rivolge tutte le frasi che pensa possano trattenerla. Ma lei, resa veloce dal timore, fugge, fugge e raggiunge la cima di un monte che sorge vicino alla spiaggia. È una grande altura che, salendo con un lungo pendio dall’acqua verso il cielo, culmina in un’unica punta di fronte al mare. Qui lei si ferma e, da quel luogo sicuro, indecisa se quell’essere sia un mostro oppure un dio, ne guarda stupita il colore, i capelli che gli coprono le spalle giù sino al dorso e si meraviglia che dall’inguine si affusoli come un pesce. Glauco se ne accorge e, aggrappandosi a uno scoglio lì vicino: “Non sono un mostro, vergine, né una belva feroce, ma un dio dell’acqua” dice. “E di me non hanno sul mare più potere Pròteo, Tritone o Palèmone, il figlio di Atamante. Prima però ero un mortale, ma a dire il vero già allora il mondo mio era il mare profondo e già allora lo dominavo. […] Al margine di un prato verde c’è una spiaggia: su questa si riversa il mare, il prato è coperto di un’erba che nessuna giovenca selvatica ha mai violato coi suoi morsi. […] Io fui il primo a sedermi su quelle zolle, mentre facevo asciugare le reti bagnate, e per contarli in bell’ordine sopra vi disposi i pesci catturati, quelli che il caso aveva sospinto nelle reti o la loro ingenuità sugli ami adunchi. Parrebbe un’invenzione, ma inventare che mi gioverebbe? a contatto con l’erba, la mia preda cominciò ad agitarsi, a mutar lato e a guizzare sulla terra come fosse nell’acqua. E mentre trasecolo impietrito, l’intero branco si rituffa nel mare abbandonando la spiaggia e il nuovo padrone. Rimango attonito, a lungo in dubbio e cerco la causa: se opera sia stata di un nume o del succo di un’erba. “Ma quale erba può avere questo potere?” mi dico, e con la mano ne colgo un ciuffo e, quando l’ho colto, lo mordo con i denti. La gola aveva appena assorbito quel succo misterioso, che improvvisamente sentii dentro di me un’agitazione e in petto il desiderio travolgente di un’altra natura. Non potei resistere a lungo. “Addio, terra, addio!” dissi. “Mai più ti cercherò!” e con tutto il corpo mi tuffai sott’acqua. Gli dei del mare mi accolsero, onorandomi come loro pari, e pregarono Oceano e Teti di togliermi
ciò che di mortale potevo ancora avere. Purificato sono da loro che, pronunciata la formula contro le impurità nove volte, ordinano che ponga il mio petto sotto il getto di cento fiumi. E di colpo fiumi scendono da ogni parte e mi rovesciano addosso un diluvio d’acqua. Questo è tutto ciò che posso narrarti di quell’evento incredibile. Solo questo ricordo: di altro non serbo memoria. Quando rinvenni, mi sentii diverso in tutto il corpo, diverso da com’ero, e mutato persino nella mente. Allora mi accorsi di questa barba color verderame, di questa chioma che trascino sulle distese del mare, di queste grandi spalle, delle braccia azzurre e delle gambe che attorcigliate terminano in pinne di pesce. Ma che mi serve questo aspetto, l’esser piaciuto agli dei marini, essere un dio, se tutto ciò ti lascia indifferente?”. Stava ancora parlando, e avrebbe detto di più, se con sdegno Scilla non l’avesse abbandonato. Lui s’infuriò e irritato dal rifiuto si diresse verso il palazzo incantato di Circe. Già Glauco, l’abitante del mare di Eubea, s’era lasciato alle spalle l’Etna, che al gigante Tifeo schiaccia la gola, e la terra dei Ciclopi, che ignora l’uso del rastrello, dell’aratro e nulla deve al lavoro dei buoi sotto il giogo. E alle spalle s’era lasciato Zancle, […] e lo stretto che, chiuso tra due sponde, procura tanti naufragi e segna il confine fra le terre d’Ausonia e di Sicilia. Da lì, nuotando a grandi bracciate nelle acque del Tirreno, Glauco arriva ai colli erbosi e al palazzo di Circe, la figlia del Sole, […] Appena la vede, rivolte e ricevute parole di saluto: “O dea,” le dice, “abbi pietà di un dio, ti prego: tu sei l’unica, se ti sembro degno, che possa alleviare l’amore mio. Quale potere abbiano le erbe, o figlia del Titano, nessuno lo sa meglio di me, che da un’erba fui mutato. Ma perché tu conosca la ragione della mia passione: sulla sponda d’Italia, di fronte alle mura di Messina, mi è apparsa Scilla. Mi vergogno troppo a riferirti le promesse, le suppliche, le lusinghe e le parole mie: tutto ha disprezzato. E tu, se qualche efficacia hanno gli incantesimi, pronuncia un incantesimo magico; o se per vincerla è più adatta un’erba, serviti di un’erba che abbia poteri di provato effetto. Non ti chiedo di curare e sanare la ferita mia: non voglio che tu me ne liberi, ma che Scilla bruci dello stesso fuoco”. E Circe (nessuna è più di lei portata a provare questi ardori, o perché così è la sua natura o perché così vuole Venere, offesa dalla denuncia che suo padre le fece) gli risponde: “Meglio sarebbe che tu vagheggiassi chi ti vuole, chi ha gli stessi desideri ed è presa da uguale passione. Tu eri degno d’essere pregato, e potevi esserlo; se mi concedi fiducia, credi a me, lo sarai. E perché tu non abbia dubbi sul valore della tua bellezza, ecco, io, benché sia una dea e figlia del Sole splendente, benché sia tanto potente con erbe ed incantesimi, io vorrei essere tua. Disprezza chi ti disprezza, donati a chi ti seconda, dando a due donne insieme ciò che meritano”. Circe lo tenta, ma Glauco risponde: “Fronde nasceranno in mare, alghe sulla cima dei monti, prima che per Scilla muti questo mio amore, finché lei vive”. La dea si sdegna e, non potendo nuocergli direttamente, né lo vorrebbe, innamorata com’è, s’adira con la donna che le è stata preferita. Offesa dal rifiuto del suo amore, s’affretta a tritare erbe maligne dai succhi spaventosi e nel tritarle le impregna di formule infernali. Poi indossa un velo azzurro e, passando tra lo stuolo servile delle sue fiere, esce dal palazzo. Diretta allo Stretto che sta dirimpetto agli scogli di Zancle, s’inoltra sul mare che ribolle per le correnti, posandovi i piedi sopra come se fosse terraferma, e corre sul filo dell’acqua senza bagnarsi le piante. C’era una piccola cala dai contorni sinuosi, dove Scilla amava riposare per ripararsi dalle burrasche o dalla canicola, quando al culmine del cielo il sole a picco riduceva le ombre a un filo. La dea la contamina inquinandola con veleni pestiferi: vi sparge liquidi spremuti da radici malefiche, mormorando, nove volte per tre, una cantilena incantata, groviglio oscuro di misteriose parole.
Scilla arriva e non appena s’immerge con metà del corpo in acqua, vede i suoi fianchi deformarsi in orribili mostri ringhianti. Non potendo credere che quei cani appartengano al suo corpo, tenta terrorizzata di schivarne e di respingerne le fauci furiose. Ma anche quando fugge li trascina con sé e quando cerca nel suo corpo cosce, stinchi e piedi, al loro posto altro non trova che musi di Cerbero. Si regge su cani rabbiosi e col ventre che sporge sull’inguine mozzo, schiaccia, sotto, il dorso di quelle fiere. Pianse Glauco che l’amava, sfuggendo agli amplessi di Circe, che del potere delle erbe con troppo livore s’era servita. Bloccata in quel luogo, alla prima occasione Scilla sfogò il suo odio per Circe privando Ulisse dei suoi compagni. Poi avrebbe affondato anche le navi dei Troiani, se prima non fosse stata mutata in scoglio, in una roccia che ancora sporge sul mare: uno scoglio dai marinai evitato.”
Giuseppe Ribuffo


