Johann Heinrich Bartels (20 maggio 1761 – 1 febbraio 1850) fu un intellettuale di formazione illuminista e uomo politico: prima senatore e, dal 1820, borgomastro della città anseatica di Amburgo. Nell’autunno del 1785 intraprese un viaggio che lo condusse fino all’Italia meridionale, da cui fece ritorno ad Amburgo solo nel 1787. Gran parte della sua esperienza di Grand Tour è raccolta nel volume Briefe über Kalabrien und Sizilien (“Lettere sulla Calabria e la Sicilia”), tra le più rilevanti testimonianze di un autore tedesco dedicate a queste regioni. Bartels attraversa la Calabria dai confini settentrionali fino a Scilla, dove giunge in barca da nord nell’ottobre del 1786. Della città lascia una descrizione vivida e dettagliata, prima di imbarcarsi nuovamente alla volta della Sicilia.

“E da qui, che vi invio il mio saluto mattutino.
Sono di ritorno dalla rupe che tanta materia offrì alla fantasia poetica degli antichi.
Alta sul mare si erge sublime la rupe, dritta, simile al corpo di un essere umano in cui gli Antichi vedevano l’immagine di una donna.
Infrangendosi ai suoi piedi, il mare ha dato vita a cavità che, fondendo il mugghio violento del vento col fragore delle onde, producono un suono simile ad un ululato; da qui il mito della ninfa trasformata in mostro marino.
Lì sulla rupe lessi il mio Omero e il mio Virgilio ma non riuscii a calarmi in quelle terribili, sublimi descrizioni: infatti, tutto intorno a me era pace e serenità; e la vista grandiosa dell’isola che mi stava difronte con, in mezzo, il mare calmo reso argenteo dai raggi del sole, suscitava nella mia anima immagini di gioia in cui non cera posto per la paura.
Forse al cospetto del gorgo di Cariddi la penserei diversamente; e la penserei forse anche diversamente se oggi non mi fosse capitata una giornata così serena. […] Affittammo una barca e raggiungemmo Scilla costeggiando la riva, rasente gli scogli terribili, certo non come aveva atto un tempo Ulisse coi suoi compagni. Anche loro, come noi, avevano visto, da una parte, Scilla, e dall’altra, Cariddi, ma rallegrandosi della vista stupenda della Sicilia sulla destra.
Il nostro sguardo si spingeva lungo la costa rocciosa della Calabria sino a Capo Cenide, un promontorio appuntito prospiciente il faro di Messina.
Per quella piccola imbarcazione con cui raggiungemmo in meno di un’ora Scilla pagammo cinque carlini pari a dodici Groschen.
Anche stavolta non riuscimmo a trovare un’osteria, per cui ci fermammo da un pescatore che ci accudì come meglio poté.
Intorno alla rupe di Scilla, quasi a formare uno sbarramento, s’erano raccolti diversi pescherecci.
La rupe di Scilla, che Tolomeo a ragione chiama promontorio, si trova a metà strada della linea lungo la quale si estende la città, protesa verso il mare aperto, come a dominare da lì le due spianate che si estendono sui suoi due lati a semicerchio.
La città si trova in parte su queste due spianate, in parte sulle pendici dei monti alle sue spalle. Davanti alla grande rupe di Scilla, non molto distante, si erge una seconda rupe di piccole dimensioni dove vanno ad infrangersi le onde.
Sulla rupe di Scilla si trovava un tempo un tempio dedicato a Minerva ed è questo il motivo per cui qualcuno lo chiama il promontorio di Minerva.
Secondo Strabone, Anaxilao vi fece costruire una torre di guardia contro i pirati.
Ancora oggi sulla stessa rupe si trova un Castello, ora quasi una rovina, conservatosi dai tempi dei Normanni, e che deve avere avuto la stessa funzione della torre.
L’occupazione principale degli abitanti di Scilla è inevitabilmente, data la loro posizione sul mare, la pesca. Essa però non è d’ostacolo alla viticultura e alla produzione dell’olio.
Anche la produzione della seta rappresenta un’importante fonte di guadagno per la popolazione. Ma sia le persone di riguardo che gli umili preferiscono la pesca.
Già nell’antichità questa regione era famosa per i suoi pesci e lo è tuttora.
Qui, come sulle coste della Sicilia, a primavera si attende il passaggio del tonno e nello Stretto gli si tendono trappole per catturarlo.
Molti viaggiatori moderni hanno descritto la festa della pesca del tonno, fra questi Hoüel. […] Mi dispiacque molto non potere assistere di persona a questa festa popolare, e mi fu tanto più gradito apprendere qualcosa di più preciso sulla pesca del pesce spada leggendo la descrizione che ne fa Strabone nel libro I, una pesca le cui modalità sono rimaste pressoché immutate sino ai nostri giorni. Secondo il racconto di Strabone si utilizzavano due imbarcazioni, una delle quali provvista di un albero su cui sedeva un uomo che aveva il compito di avvistare il pesce.
Una volta avvistato il pesce che spuntava con le pinne dalla superficie del mare, l’uomo allertava i suoi compagni indicando loro come raggiungerlo.
Subito una seconda imbarcazione si metteva al suo inseguimento mentre un uomo con una fiocina in mano si portava d’un balzo sulla prua.
Appena il pesce, che nel frattempo si era messo a giocare con l’ombra della barca, giungeva a tiro, l’uomo gli lanciava, ferendolo, la fiocina fissata ad un bastone legato a sua volta ad una corda.
Nella fuga il pesce trascinava con sé la fiocina col bastone, e, quando le forze lo abbandonavano, veniva recuperato con la corda e caricato sulla barca.
Questa, all’incirca, la descrizione di Strabone; ed è questo anche il modo in cui si opera ancora oggi con una piccola innovazione che rende più semplice l’operazione. Per attirare ed osservare il pesce, si manda avanti una feluca di una certa dimensione ad un albero, seguita da due piccole imbarcazioni. Appena si avvista il pesce, una di queste imbarcazioni viene mandata avanti con un piccolo equipaggio e un fiociniere. Lo strumento, una punta di ferro fissata ad un bastone, è rimasto immutato.
Mentre il pesce, ferito, fugge via, la corda fissata al bastone della fiocina viene allentata; e appena ci si accorge che il pesce ha perso le forze, ecco sopraggiungere la seconda imbarcazione al seguito della feluca, la cosiddetta barca della morte, che insegue il pesce finché questo ce la fa a fuggire, e lo recupera appena muore. Questa pesca si pratica di norma nei mesi di giugno, luglio e agosto. Il mio oste era uno di coloro che di questa pesca avevano fatto un mestiere: mi fece vedere tutti gli attrezzi che occorrevano, ed altri ancora usati nella pesca di altri tipi di pesce. Mi divertii molto ad osservare la cura che la gente metteva nel trovare il modo migliore per catturare non importa quale pesce.
Dal loro modo di comportarsi si capisce che ci hanno riflettuto molto e hanno fatto molti esperimenti prima di giungere ad un tale livello di perfezione.
E con quanta precisione distinguono i pesci che amano il sole dai pesci che preferiscono l’ombra, e sanno come non allontanare i primi e come attirare i secondi con l’ombra provocata sulla superficie del mare da fascine di arbusti sistemati sulle barche!
Così come sanno quali pesci sono attratti da una novità, quali si fanno vedere solo in un determinato periodo dell’anno, quali si muovono in branco, quali isolati, e quali si possono pescare solo di notte, e così via dicendo. Per meglio prenderli hanno costruito diversi tipi di rete e hanno escogitato diverse modalità di pesca, per cui si può dire che non c’è pesce nel loro mare che essi non conoscano, e che non sappiano prendere nelle loro reti, si trovasse pure in un pantano o nelle profondità marine.
Mi verrebbe quasi da dire che essi superano in bravura i pescatori dello Helgoland, e credo sarebbe molto divertente vedere un pescatore del nord al fianco di uno del sud.[…] La spianata che si trova sui due lati della rupe di Scilla, poco al di sopra della superficie del mare, e probabilmente costituita da un sedimento marino, non è più cosparsa dei soliti, numerosi alberi di ulivo e per il resto libera.
La sua aria, infatti, è la più salubre del circondario; non solo, anche la sua posizione è la più favorevole per le occupazioni della gente, la quale, se fosse costretta ad abitare più verso l’interno, dimenticherebbe ben presto l’arte della pesca.”

Giuseppe Ribuffo