Giuseppe Maria Garibaldi (Nizza, 4 luglio 1807 – Caprera, 2 giugno 1882) è stato un patriota, militare, politico e scrittore italiano. Figura di spicco del Risorgimento italiano, fu uno dei personaggi storici più celebrati della sua epoca. Noto anche con l’appellativo di «Eroe dei due Mondi» per le imprese militari compiute sia in Europa, sia in America latina. Considerato dalla storiografia e nella cultura del XX secolo il principale eroe nazionale italiano. La sua impresa più nota fu la vittoriosa spedizione dei Mille che portò all’annessione del Regno delle Due Sicilie al nascente Regno d’Italia, episodio centrale nel processo di unificazione della nuova nazione. A conclusione del processo Risorgimentale, la questione più spinosa che si affacciava per il neonato stato italiano era quella romana, irrisolta soprattutto per via della Francia, che alla Santa Sede assicurava la sua protezione in armi. Non potevano, a tal punto, essere paghi di quanto compiuto Garibaldi ed ì suoi seguaci! Senza Roma, la nazione sorta dalla disfatta di tanti statarelli si qualificava come un corpo acefalo. Fu così che colui che aveva dato un colpo decisivo all’azione risorgimentale, non riuscendo a stare con le mani in mano, ideò di ripetere la campagna che l’aveva visto vittorioso. Garibaldi decise dunque di intraprendere nuovamente la via del Meridione. Nel luglio del 1862 partendo da Caprera giunse a Palermo, mentre il 25 agosto ad accoglierlo fu ancora una volta la spiaggia di Melito Porto Salvo, quindi l’Aspromonte. Ma il suo rinnovato slancio rivoluzionario fu subito osteggiato dal neonato governo italiano, che temeva le conseguenze di un nuovo gesto insurrezionale e si adoperò per arrestarne l’avanzata, riuscendoci il 28 agosto 1862 sull’Aspromonte, ad opera di un contingente del Regio Esercito allo scopo inviato. Fu qui che il destino dell’Eroe dei Due Mondi e quello dell’Italia stessa si intrecciarono con la storia di Scilla e del suo popolo, rendendoli attivi protagonisti e solenni testimoni del processo risorgimentale che avrebbe condotto all’Unità della patria e alla nascita del Regno d’Italia.
La sera del 28 agosto 1862 la colonna garibaldina che risaliva da Melito, dopo una marcia di tre giorni, raggiunse una posizione ben difendibile in territorio d’Aspromonte, a pochi chilometri da Gambarie.
La colonna nel frattempo si era ridotta a 1500 uomini, a causa di diserzioni e arresti.
Verso mezzogiorno del 29 agosto Garibaldi fu informato dell’arrivo di una colonna del Regio Esercito, ma decise di rimanere ad aspettare la truppa.
Schierò, comunque, la colonna in ordine di battaglia, sull’orlo di un bosco, in posizione dominante: la sinistra su un monte, Menotti al centro, Corrao a destra.
I regolari del Regio Esercito presero contatto con i volontari garibaldini alle quattro di pomeriggio del 29 agosto. Erano 3500 uomini.
Ben disposti, i volontari garibaldini osservavano la marcia d’avvicinamento dei Bersaglieri, guidati da Pallavicini.
Giunti a tiro di fucile, Pallavicini dispose la truppa con i bersaglieri davanti, ed avanzò sui volontari garibaldini.A quel punto il Generale Garibaldi corse di fronte alla propria linea e prese ad urlare di cessare il fuoco:
“No, fermi. Non fate fuoco. Sono nostri fratelli”.
Fu ubbidito dal grosso dei volontari, sinché il centro di Menotti rispose, anzi caricò i bersaglieri.
Negli altri settori, gli assalitori, continuarono a salire sparando ed accadde l’inevitabile: Garibaldi, in piedi allo scoperto fra le due linee, ricevette due palle di carabina, all’anca sinistra e al malleolo destro.
Quest’ultima ferita fu causata dal tenente Luigi Ferrari, comandante di compagnia del 4º battaglione. Caduto il generale, i volontari garibaldini si ritrassero nella foresta, e i loro ufficiali corsero attorno al ferito. Anche i bersaglieri cessarono gli spari.
Lo scontro era durato circa dieci minuti, abbastanza per causare morti e feriti da ambo le parti.
Garibaldi giaceva appoggiato ad un pino, con in bocca un mezzo toscano.
Veniva soccorso da tre chirurghi (Ripari, Basile e Albanese) aggregati ai volontari.
Sopraggiunse dalle linee del Regio Esercito il tenente Rotondo a cavallo, e intimò a Garibaldi la resa.
Il Generale lo rimproverò e lo fece disarmare. Intervenne allora il comandante colonnello Pallavicini che ripeté la richiesta, ma parlandogli all’orecchio e con la dovuta cortesia.
Mezz’ora prima di sera il Generale fu levato sulle spalle da otto ufficiali di Stato maggiore, che su una barella fatta di rami e imbottita con i cappotti dei soldati lo portarono per tutto il viaggio sino a Scilla, dandosi il cambio con altri ufficiali e soldati.
Dietro il Generale, c’era suo figlio maggiore Menotti a cavallo.
Era uno spettacolo davvero triste: i bersaglieri davanti, che camminavano in silenzio per il pudore di una vittoria che sembrava peggiore di una sconfitta; il Generale, che spiccava sopra il gruppo che lo circondava, calmo, con un’aria seria, fumando mezzo sigaro; Menotti, che si stagliava dietro la testa del padre contro la luce del giorno che andava spegnendosi; il procedere lento; la campagna deserta; il silenzio malinconico di tutti.
Tutto attestava che era accaduto qualcosa di grave e solenne, che toccava profondamente uomini e natura.
Facendo fronte alla durezza della strada da percorrere, agli attraversamenti d’acqua e ai sentieri ripidi e sconnessi, che facevano sobbalzare la barella, la carovana raggiunse verso mezzanotte le capanne del pastore Vincenzo.
Una volta arrivati, il Generale fu fatto posare in una stanza al piano terra, piena di botti e attrezzi agricoli, e atto distendere su un tavolato di legno coperto di paglia, che fece da letto.
Avvolto nel suo pastrano, sonnecchiava, svegliandosi di tanto in tanto.
Verso le due del mattino prese un caffè e del pane.
Sorse l’alba del 30, e verso le sette del mattino, fu ripreso il cammino verso Scilla.
Dalle capanne del pastore Vincenzo fino a Sant’Angelo, la strada, essendo ancora di montagna, continuava a scendere tra gole aspre e scoscese; ma la luce del giorno permetteva almeno di avanzare con meno incertezza rispetto alla notte.
A Sant’Angelo la carovana fece una sosta di mezz’ora per prendere un po di ristoro; il Generale mangiò pane nel latte.Da Sant’Angelo a Scilla la strada divenne pianeggiante, ma iniziò un altro tipo di supplizio, altrettanto duro per il Generale ferito: il sole ardente picchiava forte, e alcuni soldati cercarono di proteggerlo, con lunghe fronde.La strada era tutta un polverone secco e scuro, sollevato dal battaglione di bersaglieri in avanguardia. Alle 14 del 30 agosto fu finalmente raggiunta Scilla, che il corteo percorse per tutta la sua lunghezza, quasi in forma di trionfo: ben misero certo, ma la popolazione lo accompagnò per tutto il percorso. Il Generale fu poi dapprima tradotto nel Castello di Scilla, dove sostò per un breve lasso di tempo; decorso il quale fu nuovamente sollevato sulle spalle e, percorrendo una scalinata che in memoria dell’evento fu a lui intitolata, fu condotto presso la spiaggia della Marina Grande di Scilla.
Qui lo attendeva l’intera popolazione scillese, accorsa per sostenere e salutare l’Eroe al grido:
“Viva Garibaldi, viva Roma capitale d’Italia!”
Qui il Generale espresse la volontà d’essere imbarcato su una nave inglese, la richiesta venne però rifiutata poiché egli era considerato prigioniero del Regno d’Italia.
Venne cosi imbracato sulla pirofregata Duca di Genova della Regia Marina, che lo condusse alla fortezza del Varignano, presso La Spezia, dove rimase per tre mesi a per curare la ferita.
Poco prima degli eventi che portarono al ferimento del Generale, Scilla scrisse delle belle pagine di patriottismo: infatti la popolazione raggiunse i carabinieri, che da Reggio conducevano dei garibaldini tratti in arresto, liberando questi ultimi e rifiutandosi poi di consegnarli alla compagnia di fanti ch’era sortita dal Castello di Scilla.
Giuseppe Garibaldi edotto del fatto, dal campo d’Aspromonte volle attraverso una lettera, ringraziare i cittadini di Scilla per il supporto logistico fornito alla causa risorgimentale oltre che per il sincero spirito patriottico dimostrato.
Ai cittadini di Scilla:
Amici, vi ringrazio dei vostri doni e più dell’ardimento generoso con cui liberaste i nostri prigionieri. Popolazioni come la vostra, disposte ad ogni sacrificio per la libertà renderanno facile e certo il compimento della nostra impresa.
Io vi saluto con affetto: Vostro G. Garibaldi
Giuseppe Ribuffo


