In una famiglia di nobili tradizioni culturali e religiose nacque Giuseppe Zagari, figlio di Giovanni e di Giuseppina Arlotta, il 23 dicembre 1863.
L’esempio delle virtù familiari agì sull’animo del fanciullo e lo dispose alla nobiltà di quegli elevati sentimenti che costituiscono sempre il saldo fondamento di un’esistenza come la sua, dedita all’instancabile attività scientifica di eccellente ricercatore, a quella di grande maestro e all’amore per il suo luogo natio.
Conseguì la laurea in medicina con lode presso l’Università di Napoli, giungendo poco dopo alla sua prima pubblicazione: «Esperienze sulla concorrenza vitale dei microrganismi e sopra un nuovo mezzo di profilassi carbonchiosa».
Essa segnò l’inizio di una brillante produzione scientifica, frutto di appassionata ricerca, seria sperimentazione e geniale intuizione. Il desiderio di perfezionare le tecniche di ricerca lo indusse a partecipare a un concorso di perfezionamento all’estero, concorso che vinse, ottenendo una borsa di studio.
Si recò così a Berlino, dove frequentò il laboratorio di Mendel e l’Istituto di fisiologia con De Bois-Reymond, oltre alle cliniche di Leyden e di Gerhardt, pubblicando nella stessa Germania un lavoro anatomico-clinico sulle alterazioni del talamo ottico e un altro di fisiopatologia respiratoria.
Rientrato a Napoli, conseguì una prima libera docenza in Patologia Medica e Clinica Propedeutica e successivamente una seconda in Clinica Medica, mentre diveniva assistente, prima, e aiuto poi, di Cantani; successivamente fu coaudiuvatore di Cardarelli, fatto — per le abitudini del grande clinico — veramente eccezionale, dovuto alla straordinaria bravura del giovane Zagari.
Nel frattempo, Pasteur e Koch avevano compiuto importanti scoperte in campo microbiologico, mentre Emmerich e Di Mattei erano riusciti a salvare alcuni animali dall’infezione carbonchiosa.
Zagari — come asseriscono Gasbarrini e Condorelli — riusciva a dimostrare, andando al di là del semplice antagonismo batterico, che nelle culture di alcuni batteri si formano sostanze capaci di agire come «antisettici» su altri batteri; così, precorrendo di circa dodici lustri le ricerche di Fleming, documentò, nelle loro linee primordiali ma essenziali, i moderni concetti di antibiotismo e le loro applicazioni pratiche.
Era tracciata così la via all’emerito ricercatore, allo scienziato che genialmente coglieva le linee essenziali di nuovi orientamenti, di cui in seguito si sarebbe servita, perfezionandoli, quella Scienza Medica che egli onorò con la sua attività, come asserì il suo amato discepolo, il Prof. Condorelli.
Zagari ebbe la tempra dello scopritore: così come scoprì il principio dell’antibiotismo, così, lavorando con De Vestea, dimostrò che la rabbia si trasmette attraverso i nervi e non per via ematica, come aveva creduto lo stesso Pasteur, il quale fu costretto a rivedere la sua convinzione e ad accettare la convincente dimostrazione dei giovani medici italiani.
Quindi, lavorando con Calabrese su tossina e antitossina difterica, Zagari propose per primo la siero-terapia.
Così, durante l’epidemia di vaiolo scoppiata a Napoli, compì una serie di accurate sperimentazioni che lo portarono a scoprire l’efficacia del siero ottenuto da ammalati convalescenti della stessa malattia.
Lavorando con Pace, effettuò le prime ricerche di Chimica Clinica moderna, smentendo la teoria di Horbacewski e di Kolisch.
A lui si deve inoltre la scoperta di una nuova malattia, alla quale diede il nome di xèrostomia, che successivamente Samaia propose di chiamare «malattia di Zagari».
Questa fervida attività scientifica si manifestò non solo nelle sue opere, ma anche nella collaborazione al grande «Trattato italiano di Patologia e Terapia Medica», nelle dotte relazioni presentate in congressi e simposi, e nei corsi di lezioni tenuti presso le Università di Perugia, Sassari, Modena e Napoli, dove nel 1924 divenne direttore della Clinica Medica, succedendo a Cardarelli.
Qui la sua fama attirò molti giovani, per i quali costituì una scuola che divenne, sul suo esempio, un vivaio di clinici e ricercatori, i quali in seguito furono famosi e stimati medici, primo fra tutti il Prof. Luigi Condorelli, che nutrì per il suo illustre Maestro grande stima e ammirazione illimitata.
A Napoli fu socio della R. Accademia Medica Chirurgica; direttore della Sezione Medica della Rassegna Internazionale di Clinica Medica; membro del Consiglio Superiore di Sanità a Roma; membro del Consiglio Sanitario Provinciale prima di Modena e poi di Napoli; presidente della Facoltà Medico-Chirurgica di Modena; membro del Consiglio Nazionale delle Ricerche per la Medicina; socio corrispondente della Società e Scuola Medico-Chirurgica di Bologna; generale medico dal 1915 al 1918 presso il X Corpo d’Armata, con funzioni ispettive negli ospedali militari e militarizzati dell’Emilia-Romagna; consulente medico delle Ferrovie dello Stato per l’Ispettorato di Napoli.
Commendatore e Grande Ufficiale della Corona d’Italia, fu insignito della Stella d’Oro al Merito della Scuola, oltre che del titolo di Professore Emerito.
Fu la sua una lunga vita di instancabile operosità nel campo della Clinica Medica, nella quale, per la grande quantità di opere da lui scritte, per il loro valore e per le scoperte compiute, rappresenta un onore e un vanto della Scienza Medica italiana e internazionale.
Una malattia che lo fiaccò durante l’ultima guerra lo tenne per mesi sofferente nella casa di Scilla, dove quella vivida luce, che aveva illuminato il suo vivo intelletto, si spense il 10 giugno 1946.

Giuseppe Ribuffo